“Allora Luca, stai facendo bene, bravo! La prossima visita la fissiamo per il ventidue dicembre, va bene?”
“Mhh… Va bene, dai”
E in quel “Mhh” pensi:
Eeh, il ventidue dicembre! Faccio in tempo a spostarlo, chè tanto non saró mica qui tra le colline! Sicuramente mi trasferirò per lavoro, e avró cosí tanti impegni che non avrò nemmeno il tempo e la voglia di tornare. Al massimo posso trovare un’altra dottoressa, figurati se non la trovo!
I chilometri saranno tanti, riuscirò a spostarlo di sicuro.
E poi, fino al 22 sai quante cose succederanno! Magari mi passerà la voglia e tornerò come prima, ma più felice per altre cose, col cuore placato e donato…
Ma sì dai, lo fisso e poi lo disdico, tanto è roba da poco!
“Sí sí, il 22 va benissimo, è anche giovedì!”
Ieri, 22 dicembre 2011, ero ancora qui, in mezzo alle mie colline.
La visita è andata benissimo, ho perso altri 4 chili, grandi complimenti della doc, ma fondamentalmente non è cambiato nulla.
Forse qualcosa sì, ma non come avrei voluto.
Non ho fatto chilometri né per lavoro, né per altri motivi esistenziali.
E mi sembra che le cose non stiano migliorando. O forse lo faranno, ma con forti stravolgimenti.
Ma poi, non era quello che volevo?
Cambiare tutto.
Sarebbe davvero bello, e rischioso.
“In vino veritas”, grazie a dio.
Ora vediamo come va a finire.
Leggeri.
L’altro ieri mattina avevo ben chiaro in testa un post che avrei voluto scrivere di getto, per mettermi un po’ in ordine. Fissare delle parole su schermo (o su carta) aiuta quasi sempre, ma per mancanza di tempo purtroppo non ce l’ho fatta.
Poi succede che il vento e gli eventi hanno sparpagliato parole e pensieri, facendo oscillare ancora di più l’altalenante stato d’animo che mi ha accompagnato in questo lungo 2011 (che spero si ripigli in zona Cesarini).
Non mi ricordo più il filo del discorso, ma di sicuro una cosa è certa: pensavo alla leggerezza. E’ una cosa che mi manca da tempo.
Una serenità spensierata che ti aiuta a fare le cose.
Tutte le cose.
Anche vivere.
Non ho capito se è una cosa che si conquista o che matura da sola nel tempo.
Ma è complicata, difficile da raggiungere, che forse a volte rifiutiamo perchè non c’è il tempo, perchè dobbiamo correre, perchè se ci fermiamo due minuti a respirare per stare bene siamo finiti, perchè abbiamo una palla al piede che si chiama passato, e via discorrendo…
Gaber (amico mio) aveva ragione:
E quindi questa pesantezza mi incupisce: divento noioso, nervoso, lunatico, e pieno di pensieri poco simpatici. E visto che la giornata è ricca di momenti morti, l’assetto è quello ossessivo dell’osservatore da moka.
(Questa storia della moka la ripropongo spesso ultimamente, ma mi descrive benissimo: mi sento in attesa e ne sono ossessionato. Come quando muori dalla voglia di prenderti un caffè e ti metti a fissare la moka pensando “Dai, esci!” e quella, niente, ti sbuffa, e non butta fuori mezza goccia di miscela. Poi se ti distrai e fai altro, puff, il caffè è bello pronto, magari anche zuccherato e girato, con la schiumetta alta un dito)
E in questa attesa ammazza fegato ti ritrovi a fare cose strane: controllare, misurare. Il pensiero a volte sa essere micidiale e analitico, peggio di un geometra comunale.
Come se la vita ed ogni singolo evento (ma anche la più piccola particella di spazio/tempo vissuto) possa essere misurato e confrontato con un evento precedente.
Non credo funzioni, non significa niente.
I sentimenti (belli e brutti) non si pesano, non sono lunghi o corti. Ci sono, e basta.
E quindi i vari “ma se…” “perchè però…”, sono da buttare, non c’è niente da fare.
Anche perchè i vari mondi virtuali che ti racconti nella testa non fanno bene. Per niente. E ti ritrovi a frignare e a piangere come il peggior bimbo delle elementari.
E quindi niente, volevo buttarmi alle spalle quest’attesa.
Vorrei vivere meglio la realtà che mi circorda, e lasciare da parte i brutti pensieri.
Vorrei vivere meglio i rapporti con le persone che mi stanno vicino (ma soprattutto lontano), buttando via metri e goniometri, gelosie e aspettative.
Se c’è stata un’azione, festeggeremo la reazione, positiva o negativa che sia. Ci servirà per crescere.
Vorrei vivere distratto. Così distratto che senza volerlo magari ti ritrovi tra le braccia una vita nuova.
Ora, non so se sarò in grado di farlo (non so nemmeno se ho scritto quello a cui sto pensando, ma vabbè) e quindi ti chiedo aiuto.
Necessito di consigli.
I commenti sono a tua disposizione, ma anche la mail, o quello che è.
Anche una birra, volendo.
Ma puoi anche tacere, e cercare la soluzione di questo enigma a pagina 46.
Una volta andavo a letto presto e mi svegliavo presto la mattina.
Una volta leggevo, e mi piaceva, m’appassionavo. A tratti studiavo.
Una volta andavo al cinema almeno due volte a settimana, e il film più sconosciuto era mio. Oppure li scaricavo e li vedevo. Subito.
Una volta avevo il cervello sempre attivo, voglioso di fare e sapere. Le idee altrui mi entusiasmavano, e le mie facevano altrettanto agli altri.
Una volta c’era la vacanza, tutti al mare coi parenti o in cazzeggio con gli amici, senza sensi di colpa costanti e inutili.
Una volta amavo.
Una volta ero nella realtà, parte attiva e ingenuo attore della mia vita. Ora la guardo da dietro un parabrezza un po’ sporco… una bolla d’aria con la scorza fredda e dura.
In così poco tempo così tanti cambiamenti. Dentro però, perché da fuori non si notano.
Sento che è di nuovo ora di cambiare.
E buonanotte.
Come potete notare nella colonna a destra, e per chi mi segue anche nei vari social network che bazzico, in questi ultimi 4 mesi mi sono cimentato come Cercasfizio delle Marche, in missione speciale per un concorso organizzato dal sito di Olivia&Marino.
Da agosto ho scritto diversi itinerari che attraversano la regione, e ho cercato di raccontare le tradizioni e le culture marchigiane legate a sagre, feste, musei, ristoranti o aziende agricole presenti nei nostri piccoli e bellissimi centri storici.
Visto che ho dovuto inserire cinque itinerari ne ho scritto uno per ogni provincia, più uno iniziale per accedere al concorso (lo trovate qui, dedicato al basso maceratese).
E così ho iniziato ad agosto raccontando il Montefeltro gastronomico, partendo da Urbino e toccando piccoli paesini come Mercatale, Lunano, Piandimeleto, Urbania, ognuno con piccoli sfizi da raccontare: funghi, birre, visciole, osterie storiche. E’ un territorio che ho frequentato per diverso tempo ed è difficile da dimenticare, sia per le bellezze paesaggistiche, che per quelle culinarie.
Nel mese di settembre ho voluto omaggiare i vini maceratesi con un divertente scioglilingua dialettale: “O và, vo ve lo vì?”, letteralmente “O babbo, vuoi bere il vino?“. Un bell’itinerario tra degustazione di vini celebri come la Vernaccia di Serrapetrona e il Verdicchio di Matelica.
Ad ottobre viaggio nella nuova provincia, nata nel 2009: in Fèrmati a Fermo, ho organizzato la scrittura come se fosse un piccolo pasto. Partenza con i maccheroncini di Campofilone e le tagliatelle fritte di Monterubbiano, per poi passare alla galantina e terminare con la mela rosa dei Sibillini. Dal mare alla montagna a suon di sforchettate!
A breve verrà pubblicato l’itinerario di novembre: ambientato nella provincia di Ancona il viaggio verrà accompagnato dalla musica delle fisarmoniche di Castelfidardo: un itinerario all’insegna del relax e della dolcezza!
Infine, per il mese di dicembre farò visita nella provincia di Ascoli Piceno, magari nei dintorni di San Benedetto, cercando di raccontarvi piatti e tipicità della tradizione marinara dell’Adriatico, coadiuvato dal supporto di alcuni amici blogger della zona.
Ok. Ora, se i miei itinerari vi sono piaciuti (e spero vivamente di sì), se ne avete tratto giovamento (sia culturale, che fisico-alimentare), se vi hanno incuriosito, stupito, incantato (non esageriamo) non dovete fare altro che votarli, votarli, votarli, così portiamo le Marche e le sue terre in cima agli itinerari nazionali!
Che ne dite, si può fare? ;)
Da qualche giorno gli abitanti del mio paese sono in preda a strane allucinazioni colorifiche di separazione e molto spesso strane urla del vicinato rompono il mio silenzioso sonno notturno. Protagonisti dei loro deliri sono il colore blu e quello giallo, il verde e il marrone, che si materializzano nei loro sogni con forme plasticose e sacchettifire, come nella migliore tradizione horrorifica.
Insomma, nel mio paese è iniziata la raccolta differenziata porta a porta.
E per chi se n’è sempre sbattuto le palle, la divisione per materiali si fa ben dura. Anche perchè non esistono più la plastica o la carta in maniera assoluta e “oggettiva”, ma col tempo sono nati materiali ibridi che farebbero venire i dubbi anche al più esperto tra i chimici: la carta plastificata, le buste con le finestrelle, la carta d’alluminio, il nastro adesivo, le bottiglie col dosatore, i porta cd, ecc ecc.
Per facilitare il compito all’utenza media (ma io direi “tutta”), il Grande Consorzio dei Rifiuti Smaltiti ha inviato in ogni casa un bel libretto in cui viene riassunta l’immondizia tipica delle nostre case: un bidone di rumenta esploso in mille elementi, e categorizzato per sacchi e colori.
Scorrendo la lunga (ma lacunosa) lista scopro che il tetrapak va nel bianco carta, che gli stuzzicadenti vanno nell’umido, che i preservativi (usati?) vanno nel giallo RSU… e via discorrendo.
Ma ho un mancamento alla lettera “effe”: voce “fotografie” con precisa freccetta su “RSU – Sacco giallo”.
Mi siedo.
Capisco che, all’atto pratico, istintivamente, uno potrebbe buttare una foto nella carta… ma poi ti fermi e capisci che non è proprio carta carta, che la chimica lì è protagonista, che lo sviluppo dell’immagine è dovuto ad agenti non direttamente legati al tronco di un albero.
E poi, altro pensiero: ma chi è che butta una foto? Il fidanzato deluso, forse… la moglie tradita, il fotografo incapace, il tagliatore di fototessere…
Penso che è brutto buttare una foto, e ancora più brutto gettarla nel sacco giallo, nell’indifferenziato, nel non recuperabile.
Come dire “Sta cazzata che hai fatto non puoi più recuperarla! Noi la bruciamo e diventa nociva! E quindi fa male a te, ma anche agli altri!”
Un cazziatone sotteso, insomma, in cui tutto il mondo è contro di te.
Quindi, se le cose stanno così, quando non litigo con il passato, non litigo con il presente (e con i presenti).
E probabilmente vivrò un po’ meglio, senza urla e incubi notturni, in serenità e in <parola grossa> pace</parola grossa>.
Da domani mi sa che guarderò quel sacco giallo con occhi differenti.
Ad un certo punto mi fa: “Tu che sei giovane e che conosci Internet, perchè non mi aiuti?” E mentre pone l’interrogativo si sposta in un’altra stanza.
Io lo seguo incuriosito: “Ma usi il computer?”
“No no”, mi fa lui “però sento che è una cosa utile e che tutti lo utilizzano per ritrovare vecchi amici… se io ti dò questa, mi aiuti a ritrovarli?”
La chiacchierata è stata breve e veloce, ma il signore mi ha dato qualche piccolo “indizio”:
la foto è stata scattata a Tripoli durante la Seconda Guerra Mondiale in un campo (di prigionia?) Canadese.
Il proprietario della foto si chiama Adorno Miliozzi di Macerata, ed è il ragazzo in piedi a sinistra.
Il tipo al suo fianco è canadese, mentre il secondo in piedi da destra si chiamava Stella ed era comandante. Si ricorda che erano quasi tutti del sud Italia, forse calabresi, ma non ricorda.
Le informazioni sono poche e molto generiche, quando avrò modo di rivederlo cercherò di chiedere altri dettagli. La ricerca è difficile, ma in fondo provare non costa nulla…
Che dite, lo aiutiamo? :)
UPDATE: Ieri sono stato a trovare Adorno e mi sono fatto dare qualche dato storico in più. La foto risale al periodo ’43-’44, e il campo di cui mi parlava era un ospedale dell’esercito inglese in cui venivano soccorsi tutti i soldati alleati, e i prigionieri di guerra erano utilizzati come “addetti” alle pulizie.
Ancora poche cose, ma almeno ha chiarito qualche piccolo dubbio.
Mi rimetto in gioco, e stavolta con qualcosa di più “grande”: col dominio registrato (provo) a non fare scherzi.
Benvenuti nella mia nuova casa, e se serve un cuscino non esitate a chiederlo… :)